Il Trust - in particolare il Trust Successorio.

1. La natura giuridica del trust e le sue principali caratteristiche

Il trust (dall'inglese “to trust”: avere fiducia, affidarsi) è una figura giuridica creata dai tribunali di Equity dei paesi di Common law e consiste in un rapporto fiduciario mediante il quale un soggetto (detto disponete, costituente o settlor) conferisce parte del proprio patrimonio ad un altro soggetto (cd. fiduciario o trustee), affinché questi lo amministri e gestisca per uno scopo prestabilito, purché lecito e non contrario all'ordine pubblico, o a favore di uno o più soggetti terzi (detti beneficiari)[1].

Tale strumento negoziale ha trovato riconoscimento nell'ordinamento giuridico italiano a seguito dell'adesione del nostro Paese alla convenzione de L'Aja del 1° luglio 1985.

Una parte della dottrina ritiene che la natura giuridica del trust sia quella a formazione complessa[2].

La fattispecie in oggetto, infatti, sarebbe costituita dal negozio istitutivo del trust (atto unilaterale che contiene le regole cui il trustee dovrà attenersi nell'amministrazione del “trust fund”), da un negozio di trasferimento dei beni dal disponente al trustee, con il vincolo che su di essi grava per disposizione dello stesso disponente,  e dall'accettazione del trustee, che potrebbe anche avvenire con atto separato.

Tuttavia, la dottrina maggioritaria sostiene la natura di atto unilaterale recettizio, qualificando il trust come istituto privo di ogni elemento di contrattualità, produttivo di effetti giuridici in virtù della dichiarazione di volontà del disponente, combinata con l'accettazione, anch'essa di natura unilaterale, del trustee[3].

L'atto istitutivo è un atto unilaterale poiché il disponente, costituendo il trust, detta un programma della cui realizzazione è incaricato il trustee, il quale può solo accettare o rifiutare l'incarico, ma non può mai incidere con la propria volontà sul contenuto del negozio.

Per tale ragione, è evidente che la ricostruzione dell'atto istitutivo come contratto non trova ragione di essere[4].

Di norma, il negozio di trust è recettizio perché, per far nascere in capo al trustee l'obbligo di ben amministrare e perseguire lo scopo indicato dal disponente, è necessario che quest'ultimo abbia espresso la volontà di accettare l'atto di trasferimento dei beni che costituiscono il trust.

La dichiarazione del trustee, contestuale o meno alla creazione del trust, ha forma libera, potendosi la stessa desumere anche da comportamenti concludenti, perfino dalla prolungata inerzia del designato.

Ciononostante, nella prassi comune, il trustee che non intenda accettare l'incarico assume l'accortezza di esprimere tale volontà attraverso un atto formale, e ciò proprio per evitare che possa ritenersi che abbia accettato per fatti concludenti.

Tuttavia, è da rilevare come il trust possa anche essere non recettizio: esempio tipico è, infatti, il c.d. trust “autodichiarato”, in cui la figura del disponente coincide con quella del trustee.

Il negozio istitutivo del trust, inoltre, può essere sia a titolo oneroso che a titolo gratuito.

Tuttavia, tra gli atti gratuiti, occorre distinguere quelli a titolo di liberalità e quelli meramente gratuiti[5]: i primi si hanno quando, con il trust, il disponente vuole esclusivamente incrementare il patrimonio dei beneficiari, mentre i secondi si hanno quando il settlor vuole perseguire fini diversi.

Si ha, invece, trust a titolo oneroso quando l'istituzione dello stesso viene imposta al disponente da un finanziatore, al fine di concedere un prestito; in tal caso il trust ha scopo di garanzia, e la prestazione desiderata ne costituisce il corrispettivo.

Consolidata dottrina ritiene, inoltre, che l'atto istitutivo del trust abbia natura patrimoniale[6].

Le parti coinvolte, infatti, sono portatrici di interessi puramente patrimoniali: il disponente mira, attraverso la costituzione di beni in trust, a realizzare risultati economici convenienti per sé e per i propri beneficiari; il trustee, ha interesse a trarre il massimo profitto personale dalla gestione dei beni in trust (infatti, nella maggior parte dei casi egli percepisce un compenso a fronte dell'obbligo assunto) ed, infine, ai beneficiari, spettano le utilità provenienti dall'oggetto del trust.

In ragione delle numerose ed eterogenee possibilità di impiego, il trust viene qualificato come negozio a causa variabile.

Infatti, il ricorso a quest'ultimo può essere ricondotto a scopi caritatevoli, di garanzia, imprenditoriali, commerciali e di carattere familiare.

Tuttavia, qualunque sia la causa del trust, lo stesso presenta sempre due elementi caratterizzanti: il vincolo di destinazione e la segregazione patrimoniale.

In virtù del vincolo di destinazione, il disponente distoglie dal proprio patrimonio il bene per destinarlo a soddisfare una specifica esigenza, in funzione della quale egli lo vincola.

I beni conferiti in trust ed i loro frutti possono essere impiegati solo per la realizzazione dello scopo predeterminato con l'atto costitutivo e, per tale ragione, possono essere aggrediti, in via di esecuzione, soltanto per i debiti connessi a quest'ultimo.

In forza della separazione patrimoniale, invece, i beni conferiti in trust danno vita ad una massa distinta rispetto al patrimonio del disponente, dei beneficiari e del trustee.

Tali beni divengono, quindi, inaggredibili dai creditori personali di tutti i soggetti sopra citati, oltre che preclusi all'assoggettamento fallimentare che ne colpisca il patrimonio personale.

Non opera, dunque, il fenomeno della confusione tra il patrimonio del trustee ed il bene oggetto del trust, il quale mantiene la sua funzione specifica.

 

                        2. La struttura del trust ed i soggetti coinvolti nella sua istituzione

Non è certamente agevole individuare una struttura tipica di trust, esistendo numerose tipologie dello stesso.

Tuttavia esistono dei requisiti minimi che lo identificano e che possono così riassumersi:

            - i beni in trust costituiscono una massa distinta e non sono parte del patrimonio del trustee;

- i beni in trust sono intestati al trustee o ad altri soggetti, per conto del trustee;

- il trustee è investito del potere e onerato dell'obbligo, di cui deve render conto, di amministrare, gestire o disporre dei beni in conformità delle disposizioni del trust e secondo le norme imposte dalla legge al trustee[7].

Tuttavia i trusts possono nascere secondo modalità differenti: infatti, non tutti i trust sono riconducibili alla volontà dell'esponente. Alcuni trusts, possono essere costituiti anche ex lege o in esecuzione di una disposizione di legge. E' quindi possibile distinguere tra trusts “espressamente istituiti” e trusts “non espressamente istituiti”.

Per quanto concerne questi ultimi, in alcuni casi, la legge inglese presume  esistere la volontà di dar vita ad un trust, in capo a colui che si trovi ad avere la titolarità o la disponibilità di alcuni beni, indipendentemente dalla sua effettiva volontà in tal senso: è il caso del cd. “constructive trust” che si ha quando, ad esempio, un avvocato che detiene a vario titolo una somma di denaro altrui, approfitti in modo scorretto della propria posizione fiduciaria, fino al momento del rendiconto[8].

Con riferimento alla struttura del trust occorre, altresì, precisare che lo schema negoziale disponente-fiduciario-beneficiario non necessariamente deve essere presente per istituire un valido trust;si distingue, infatti, fra trusts statici e trusts dinamici[9].

Nei primi si ha coincidenza tra disponente e trustee: il titolare di un diritto si dichiara fiduciario dello stesso a favore di un terzo beneficiario. Nei secondi, invece, si realizza il trasferimento del diritto dal disponente alsoggetto, terzo, trustee.

Altra possibile configurazione della struttura del trust è quella in cui manca la persona del beneficiario.

In questo caso, denominato trust di scopo, il trasferimento del diritto da parte del disponente è diretto al perseguimento di un fine generale.

Quest'ultimo, a sua volta, si distingue dal trustdiscrezionale, oveogni decisione relativa alla scelta dei beneficiari e alla gestione del patrimonio è affidata al trustee. La discrezionalità può essere piena o parziale e viene esercitata nei modi più svariati.

Per quanto concerne i soggetti coinvolti nel trust, essi sono individuati come segue[10]:

Il disponente: è la persona fisica, o giuridica, che mette a disposizione
del trusteetutto o parte del proprio patrimonio, conferendolo in trust.

Egli gode di ampia autonomia nella determinazione delle condizioni regolatrici del trust. Puòconservare per sé il potere di revoca, decidere di non sciogliere totalmente il proprio rapporto con i beni (ad esempio dichiarandosi trusteedegli stessi, o nominandosi guardiano), decidere di trasferire al trustee la nuda proprietà, riservandosi l'usufrutto e così via.

Il trustee: è la persona fisica o giuridica che, in seguito al conferimento da parte del disponente, diviene proprietario dei beni attribuiti in trust. Tuttavia, questi ultimi rimangono vincolati all'interesse dei beneficiari o allo scopo determinato dal settlor.

Il trustee, inoltre, è soggetto estraneo alla fase genetica del trust;egli non è parte, né formale, né sostanziale, dell'atto istitutivo, al quale non fornisce alcun apporto volitivo.

Al trustee,nominato con l'atto istitutivo, possono succederne altri, in seguito a morte, revoca, sostituzione o sue dimissioni.

La peculiarità della funzione svolta dal trusteeimplica, tuttavia, che essa non sia di solito delegabile; ipotesi eccezionali possono essere previste dall'atto costitutivo o dalla legge.

Come è già stato anticipato, il trustee,pur essendo titolare del potere di disporre dei beni, non può godere degli stessi, né distruggerli o sottrarli al soddisfacimento dello scopo a cui sono destinati. Egli, nell'esercizio dei poteri di amministrazione e di disposizione dei beni, è obbligato a tutelarne l'integrità, mantenendoli distinti dal proprio patrimonio personale, ed evitando eventuali situazioni di conflitto di interessi.

Il trustee,infatti, è tenuto a rispondere per ogni “breach of trust[11]”(infrazione della fiducia) che comporti perdite o danni, salvo che non abbia agito con il consenso di tutti i beneficiari, conformemente alla legge, o con la previa autorizzazione dell'Autorità Giudiziaria.

La responsabilità dello stesso è, inoltre, esclusa quando la violazione sia dovuta a forza maggiore o ad errore scusabile.

Con la cessazione del trust,che può avvenire per scadenza del termine stabilito, per il verificarsi di una causa di scioglimento prevista nell'atto istitutivo, o nel caso di consenso unanime dei benificiari, questi ultimi divengono titolari della “trust property” e possono ottenere il trasferimento dei beni, liberando, in tal modo, il trustee dai suddetti obblighi e responsabilità.

Il guardiano: rappresenta un soggetto terzo al quale è riconosciuto il potere/dovere di fornire istruzioni (che possono essere vincolanti o meno e, nel primo caso, il potere si atteggerà come diritto di veto) al trustee in ordine alle scelte gestionali, quello di rimuovere il trustee e di nominarne uno nuovo in sua sostituzione o, ancora, di nominare altri trusteein aggiunta a quelli già previsti dall'atto istitutivo.

Il guardiano, inoltre, può, ricorrendo determinate circostanze, cambiare la  legge regolatrice del trust, inizialmente scelta dal disponente.

Il beneficiario: è il soggetto designato dal disponente come destinatario di un vantaggio, alla cui realizzazione è obbligato il trustee. Ne consegue che il beneficiario deve essere identificato o, almeno, identificabile. Il vantaggio riconosciuto al beneficiario consiste sia nell'attribuzione dei beni dati in trust,e dei relativi frutti, che in una qualsiasi utilità giuridicamente apprezzabile.

I beneficiari, finché il trust è operativo, non hanno il diritto di interferire con l'attività del trustee,il quale deve assumere autonomamente le proprie decisioni. Col cessare del trust, invece, è ad essi riconosciuto il diritto di divenire pieni proprietari dei beni del trust.

La tutela assicurata al beneficiario è denominata “tracing o following the trust”[12]e consiste in un rimedio equitativo reipersecutorio, esperibile soprattutto in caso di atti di disposizione compiuti dal trustee in violazione dei doveri di fiducia. E', in tal modo, consentito al beneficiario conservare i propri diritti equitativi sui beni costituenti l'oggetto originario del trust,mediante la condanna del terzo acquirente, in mala fede o avente causa a titolo gratuito, all'osservanza delle obbligazioni originariamente gravanti sul trustee. Laddove non si verifichi tale ipotesi, perché ad esempio il terzo abbia acquistato a titolo oneroso e in buona fede, il “tracing” equitativo darà luogo ad un fenomeno di surrogazione reale, concretizzabile in un'azione avente ad oggetto, questa volta, il bene o il diritto in cui il trusteeabbia convertito l'oggetto originario del trust,attraverso l'illegittima alienazione[13].

I beneficiari si possono distinguere per categorie.

Una prima distinzione opera tra beneficiari finali, cui spettano i beni del fondo al termine del trust, e beneficiari iniziali, ai quali spetta nel corso della vita del trustla distribuzione dei redditi derivanti dalla gestione dello stesso.

I beneficiari possono, infine, trasferire il loro diritto, se l'atto istitutivo non
lo vieta espressamente, ma, a tal fine, il trust non deve essere discrezionale e le rispettive posizioni soggettive devono essere
definitivamente determinate dal disponente.

Tuttavia, il trust può prevedere che tale trasferimento sia sottoposto alla preliminare approvazione del trustee, o del guardiano.

 

3. Il trust nella convenzione de L'Aja

La crescente integrazione economica e sociale ha reso sempre più evidente, nei Paesi di civil law,la mancanza di una disciplina dell'istituto del trust.Per ovviare a tale situazione si è giunti all'approvazione di una convenzione di diritto internazionale che disciplina la legge applicabile ed impone il riconoscimento del trust:la Convenzione de L'Aja del 1° luglio 1985.

Il nostro Paese, sebbene ancora privo di una disciplina interna dell'istituto in esame, ha dimostrato grande sensibilità ratificando la Convenzione con la legge 9 ottobre 1989 n. 364, entrata in vigore il 1° gennaio 1992.

Le finalità della Convenzione possono essere fondamentalmente individuate nella necessità di: garantire l'efficacia transnazionale dei trustsfissando criteri univoci per il riconoscimento; predisporre un sistema di regole di conflitto, in modo da attenuare il rischio di assoggettare il trusta discipline contraddittorie; assicurare al giudice dei riferimenti normativi che risolvano i problemi di qualificazione della fattispecie[14].

La Convenzione delimita espressamente il proprio ambito di applicazione, enunciando i caratteri essenziali dell'istituto che intende regolare; per tale ragione è possibile invocare gli effetti della Convenzione laddove la fattispecie concreta sia sussumibile in quella tipizzata.

Il trust, così come standardizzato nella Convenzione, (art. 2) presenta le seguenti caratteristiche:

- un atto inter vivos o mortis causa, col quale il costituente pone determinati beni sotto il controllo di un trustee, nell'interesse di un beneficiario o per un fine specifico;

- l'intestazione dei beni a nome del trustee o di un'altra persona per conto del trustee stesso;

- la separazione di tali beni dal residuo patrimonio personale del trustee;

- il potere e l'obbligo del trusteedi provvedere alla amministrazione, gestione e disposizione dei beni affidatigli, in conformità dell'atto istitutivo e delle norme di legge;

- l'obbligo di rendiconto del trustee.

La medesima disposizione prosegue specificando, agli stessi fini, che non precludono l'applicazione della Convenzione né la clausola che prevede la conservazione in capo al costituente di alcune prerogative, né quella che conceda al trusteealcuni diritti in qualità di beneficiario. Ulteriori caratteristiche vengono, poi, delineate dagli articoli 11, primo comma, e 12, in virtù dei quali la fattispecie convenzionale importa il riconoscimento al trustee, oltre che della legittimazione attiva e passiva, della legittimazione a comparire in tale qualità davanti ad un notaio o ad altro esercente una pubblica funzione ed a compiere, sempre in tale veste, le necessarie formalità pubblicitarie concernenti i beni del trust.

La Convenzione introduce, quindi, una figura dai contorni non ben precisati, idonea a ricomprendere, accanto al trusttradizionale, istituti analoghi sul piano strutturale o funzionale[15].

Tale scelta sarebbe il frutto di un compromesso, maturato in sede di elaborazione, tra le esigenze dei Paesi di common law,interessati alla creazione di un testo che fosse in grado di ricevere ampi consensi negli altri ordinamenti, e quelle dei Paesi di civil law, intenzionati a rendere meno traumatico l'ingresso di questo istituto nei propri ordinamenti.

Dalla lettura degli artt. da 6 a 10 si intuisce la natura internazional-privatistica della Convenzione, laddove si introduce il criterio di libertà di scelta della legge applicabile al trust.

Di conseguenza un trustposto in essere secondo la Convenzione e regolato da una legge straniera rispetto all'ordinamento in cui se ne chiede il riconoscimento, dovrà essere riconosciuto come valido e produttivo di effetti nello Stato in cui in concreto dovrà operare. In questo caso si avrà la contemporanea applicazione della legge dello stato estero richiamata, in qualità di legge applicabile, nonché delle norme inderogabili e dei principi di ordine pubblico dello Stato in cui il trust sarà riconosciuto.

Il disponente ha la massima libertà nella scelta della legge regolatrice. Nel caso in cui, la legge scelta dal disponente conduca ad un ordinamento che non prevede l'istituto del trust,è previsto un criterio sussidiario, di carattere oggettivo, introdotto dall'articolo 7 della Convenzione, secondo il quale la legge applicabile sarà quella che in concreto risulti avere una più stretta connessione con il trust.

Tale legame viene individuato in base ai seguenti parametri:

- il luogo di amministrazione del trust,designato dal costituente;

- il luogo in cui sono situati i beni;

- la residenza o la sede degli affari del trustee;

- gli obiettivi del trust e i luoghi in cui devono essere realizzati.

Lo scopo della Convenzione è quello di assicurare che il trustsia regolato in modo uniforme, anche se viene riconosciuta al costituente la facoltà di frazionare la disciplina del trust, stabilendo che singoli aspetti dell'istituto, suscettibili di separata trattazione, siano assoggettati ad una legge diversa.

Occorre, ora, analizzare la duplice funzione del riconoscimento da parte dei Paesi aderenti alla Convenzione.

Il riconoscimento, infatti, serve ad assicurare il funzionamento dei trustse la legittimazione dei trustees,in Paesi che non conoscono l'istituto.

L'articolo 11 della Convenzione sancisce, infatti, il principio di obbligatorietà del riconoscimento da parte degli Stati contraenti, quando il costituente abbia istituito, in conformità alla legge straniera, un trustche sia corrispondente alle caratteristiche enunciate dall'art. 2 della stessa Convenzione. In particolare, per effetto del primo comma dell'art. 11, il trustche sia suscettibile di riconoscimento, determina sempre la formazione di un patrimonio separato ed il trustee, indipendentemente dalla legge regolatrice, potrà comparire in tale veste in giudizio come attore o convenuto e davanti a notai o altre Autorità pubbliche.

Inoltre, la Convenzione prevede una ripartizione di competenze tra la legge del truste la legge del foro: la prima determina i poteri del trusteeed i casi in cui il suo comportamento configura un inadempimento; la seconda disciplina le conseguenze che la condotta illegittima ha determinato in relazione ai rapporti con i terzi.

Le disposizioni contenute negli articoli 13, 15, 16 e 18 introducono delle limitazioni all'autonomia concessa al costituente nella scelta della legge applicabile, che possono essere così riassunte: l'applicazione della Convenzione non può portare alla disapplicazione delle norme imperative vigenti nell'ordinamento cui rinviano le regole di conflitto;  le norme di applicazione necessaria del foro devono essere applicate indipendentemente, ed in precedenza, rispetto alle norme di conflitto; è consentito al giudice non riconoscere un trust quando tutti gli elementi importanti dello stessosiano connessi ad un ordinamento che ignori l'istituto.

Proprio sulla base di tali presupposti interpretativi parte della dottrina è pervenuta ad ipotizzare la legittimità del cd. trust “interno”[16], intendendo per tale quel trustcaratterizzato da elementi tutti riconducibili ad un ordinamento non trust, salvo che per la legge applicabile, che il disponente sceglierebbe facendo riferimento ad un ordinamento che preveda il truste lo disciplini espressamente[17].

L'ammissibilità del trust interno è stata a lungo dibattuta in dottrina.

Il contrasto sul punto muove da diversi argomenti.

La tesi che esclude l'ammissibilità dei trust interni, si fonda principalmente su argomenti di natura internazional-prvatistica. Si sostiene in primo luogo che, poiché l'art. 6 della Convenzione citata stabilisce il principio della libertà di scelta della legge applicabile al trust, la scelta presupporrebbe l'esistenza di una fattispecie caratterizzata da elementi di internazionalità per giustificare l'intervento del diritto internazionale privato, che non opera laddove non vi sarebbe alcun conflitto possibile di leggi, trovando applicazione la legge del foro. L'art. 5 della Convenzione, inoltre, prevede che, qualora la legge determinata dal disponente non preveda l'istituto del trust così come tipizzato dalla Convenzione, non potrebbe darsi luogo al riconoscimento come trust del rapporto giuridico nell'ordinamento la cui legge è applicabile.

Tuttavia, in proposito, deve obiettarsi che qualora ci si trovi innanzi ad una Convenzione di diritto uniforme, relativa a norme di diritto internazionale privato riferite ad obbligazioni contrattuali, la scelta della legge applicabile è normalmente consentita, a prescindere dalla cd. internazionalità del rapporto.

Occorre quindi, piuttosto, condurre un analisi pregnante degli atti istitutivi del trust, per verificare l'eventuale sussistenza, in concreto, di una deroga a disposizioni imperative, ineludibili dall'autonomia privata.

Solo in tale caso potrà escludersi l'ammissibilità del trust, da riconoscersi, viceversa, quando lo stesso assurga a strumento finalizzato a realizzare particolari risultati negoziali ed interessi meritevoli di tutela, non adeguatamente regolabili con il ricorso agli schemi classici della fiducia e del mandato.

L'ammissibilità in linea di principio del trust interno si ricava, inoltre, dall'art. 13, da intendersi quale norma di chiusura del sistema, che nonostante la regola generale di ammissibilità dettata dalla Convenzione, consente di non riconoscere un trust interno, ossia un trust “i cui elementi importanti, ad eccezione della legge da applicare, del luogo di amministrazione e della residenza abituale del trustee sono più strettamente connessi a Stati che non prevedono l'istituto del trust o la categoria del trust”. Ciò che è possibile accada allorché, nonostante le limitazioni dell'art. 15 e nonostante gli ordinari rimedi del diritto interno contro gli atti dispositivi in pregiudizio dei diritti dei terzi, uno specifico trust, per un insieme di circostanze, produca effetti inaccettabili per l'ordinamento[18].

Inoltre, la non ammissibilità dei trust interni solleverebbe dei seri dubbi di legittimità costituzionale; in specie, si violerebbe il principio di uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione, perché si arriverebbe all'assurdo di riconoscere in Italia trust costituiti da stranieri, aventi ad oggetto beni situati in Italia e regolati da una legge estera e, al contrario, non sarebbero riconosciuti trusts, identici, costituiti da cittadini italiani.

Il trust hageneralmente ad oggettobeni immobili, e/o di beni mobili, e/o di diritti reali di godimento e di credito.

Ai sensi dell'art. 2 della Convenzione de L'Aja, il trustè costituito a seguito di una esplicita manifestazione di volontà, contenuta in un atto tra vivi o mortis causa.

Per quanto concerne il trust istitutivo mortis causa si rimanda al paragrafo 7.

Relativamente al trust istitutivo inter vivos, invece, occorre ricordare che la Convenzione si applica solo ai trustscostituiti volontariamente e comprovati per iscritto; quindi, nel nostro ordinamento giuridico, sono validi solo i trustsscritti.

Ne consegue, che la volontà di istituire il trust deve essere espressa in maniera chiara e che i beni conferiti ai beneficiari devono essere identificati o, almeno, identificabili come anche i beneficiari (fuorché nel trustdi scopo, in cui è sufficiente che sia identificato lo scopo istituzionale).

Per quanto concerne la responsabilità del trustee, si ricorda come l'art. 2 della Convenzione stabilisce che: il trustee è “investito del potere ed onerato dell'obbligo di cui deve rendere conto di amministrare gestire o disporre dei beni secondo i termini del trust e le norme particolari impostagli dalla legge”.Per tale ragionela responsabilità del trusteerispetto ai beneficiari non può che essere, secondo i dettami del nostro ordinamento, di natura extracontrattuale; quindi, il trusteeinadempiente è tenuto al risarcimento del danno, se non dimostra che la perdita è stata determinata da una causa a lui non imputabile.

Nell'ipotesi in cui siano nominati dal disponente più trustees,essi sono solidalmente responsabili, ex art. 2055 c.c., dei danni derivanti dalle violazioni di legge e dell'atto istitutivo commesse nell'esercizio dell'ufficio.

Nell'ipotesi in cui, però, l'acquisizione del bene da parte di un soggetto terzo non avvenga in buona fede, i beneficiari oltre al risarcimento del danno possono rivendicare, ex art. 2033 c.c., la restituzione e la reintegrazione nel trustdel bene irregolarmente alienato[19].

Inoltre, i beneficiari o il guardiano che abbiano fondato motivo di ritenere che il trusteestia per omettere un atto dovuto, o per compiere un atto che viola la
legge o l'atto istitutivo del trust,possono adire le vie giudiziali, in via cautelare, per ottenere i provvedimenti necessari.

Allo stesso modo, quando il trusteeabbia confuso i beni in trustcon altri beni, i beneficiari o il guardiano possono ottenerne la separazione oltre a richiedere il risarcimento del danno.

Per quanto attine all'ipotesi di fallimento del trust, è da rilevare come,

pur essendo il trustun valido «strumento» di protezione del proprio patrimonio dai creditori, lo stesso non possa sottrarsi al generale principio di responsabilità patrimoniale del debitore (exart. 2740 c.c.). L'art. 15 della Convenzione, infatti, richiama il principio della protezione dei creditori in caso di insolvenza, che nel nostro ordinamento sfocia nell'istituto della revocatoria di cui all'art. 2901 c.c. che consente al curatore di ottenere, nell'interesse dei creditori e in presenza di determinati requisiti, la dichiarazione di inefficacia degli atti di disposizione patrimoniale che violino la cd. “parcondicio creditorum”,con la conseguente acquisizione del bene da parte del fallimento.

In ordine al trust,oggetto della azione revocatoria non può essere certamente l'atto istitutivo del trust,ma l'atto di trasferimento dei beni o dei diritti dal disponente al trustee.

Per come evidenziato, oltre che per le cause previste nell'atto istitutivo il trustpuò estinguersi: per decorso del termine; per effetto della revoca totale; per il raggiungimento dello scopo, ovvero per la sopravvenuta impossibilità di raggiungerlo; per l'assenza dei beneficiari o dei soggetti, che secondo i criteri fissati dall'atto istitutivo, possono esserlo; per estinzione del trustda parte dei beneficiari.

Quando il trust si estingue per mancanza dei beneficiari o dei soggetti che possono esserlo, e mancano, altresì, successibili del disponente, i beni in trust sono trasferiti allo Stato italiano ai sensi dell'ex art. 586 c.c.

Quando si verifica una causa di estinzione, il trustee,redatto l'inventario dei beni in trust,trasferisce i beni agli aventi diritto secondo il criterio stabilito nell'atto istitutivo.

Laddove tale criterio non sia individuato, il trusteetrasferisce i beni residui al disponente o ai suoi successori, salvo che lo scopo del trust comporti la destinazione dei beni residui al perseguimento di scopi analoghi.

 

4. Il trust nell'ordinamento giuridico italiano

Il motivo per cui tale istituto non è tradizionalmente conosciuto in Italia, ed in generale nei paesi di civil law, risiede nella differenza della nozione del diritto di proprietà di tradizione romanistica rispetto alle situazioni giuridiche che si hanno nel trust.


Infatti, principio generale degli ordinamenti di civil law è quello secondo cui su ciascun bene materiale non può esistere più di un diritto di proprietà ed anche quando la proprietà appartiene a più soggetti, ciascuno di essi è contitolare dell’unico diritto di proprietà sulla res, per una quota ideale.
Invece, secondo il diritto inglese, potendo ammettersi una ripartizione della proprietà tra più soggetti in relazione ad un bene, non è indispensabile che un soggetto goda di tutti i diritti in relazione allo stesso.


Nel trust sia il trustee che il beneficiario sono proprietari del bene.

Il trustee è titolare della proprietà formale ed è tenuto all’amministrazione e alla custodia del bene a vantaggio del beneficiario, il quale è titolare della proprietà sostanziale.
Si realizza, quindi, uno sdoppiamento del diritto di proprietà, inammissibile nel nostro ordinamento.
Tuttavia, la crescente integrazione economica e sociale ha reso negli ultimi anni più evidente la mancanza di una disciplina del trust, istituto che sicuramente apre nuove possibilità negoziali idonee a realizzare assetti di interessi, che, pur leciti, non trovano soddisfazione con i negozi giuridici noti.


La legge italiana di ratifica della Convenzione dell’Aja non ha recepito l’istituto nell’ordinamento italiano, né ha integrato il nostro diritto dettando una disciplina per il trust.
Essa ha semplicemente riconosciuto la legittimità del trust che abbia le caratteristiche di cui all’articolo 2 della Convenzione stessa e la meritevolezza della sua causa.

Per quanto concerne i profili problematici attinenti al potenziale conflitto del trust con gli istituti italiani della sostituzione fedecommissaria, dell'usufrutto successivo e del divieto di patto commissorio, si rimanda al paragrafo 7.

Sembra in tal sede opportuno delineare le differenze esistenti tra il trust e l'istituto disciplinato dall'art. 2645 ter c.c.


Quest'ultimo, infatti, dispone che: “gli atti in forma pubblica con cui i beni immobili o beni immobili iscritti in pubblici registri sono destinati, per un periodo non superiore a novanta anni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche ai sensi dell'articolo 1322, secondo comma, possono essere trascritti al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione; per la realizzazione di tali interessi può agire oltre al conferente, qualsiasi interessato anche durante la vita del conferente stesso. I beni conferiti e i loro frutti possono essere impiegati solo per la realizzazione del fine di destinazione e possono costituire oggetto di esecuzione, salvo quanto previsto dall'articolo 2915, primo comma, solo per debiti contratti per tale scopo”.

Tale istituto prevede l'ipotesi in cui un soggetto, qualificato come “conferente”, sotragga uno o più beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri e facenti parte del proprio patrimonio, alla garanzia patrimoniale generale ex art. 2740 c.c., costituendo sugli stessi il cd. “vincolo di destinazione” diretto a soddisfare interessi meritevoli di tutela, afferenti a soggetti beneficiari determinati, in favore dei quali i beni e i frutti vengono impiegati.


La durata del vincolo non può essere superiore, nel massimo, a novant'anni e l'istituto necessita della redazione nella forma pubblica; una volta trascritto diviene, poi, opponibile ai terzi.


Qualsiasi interessato può agire per la realizzazione dello scopo previsto dall'atto di destinazione ed i beni conferiti possono essere oggetto di esecuzione solo per i debiti contratti per lo scopo stesso.

Secondo la dottrina prevalente, l'introduzione di tale fattispecie nel codice civile rappresenta l'accoglimento, nell'ordinamento italiano, della figura generale del negozio di destinazione[20].

Con particolare riferimento alla figura del trust, occorre innanzitutto evidenziare una prima differenza rilevante: infatti, mentre elemento caratterizzante quest'ultimo è il programma, ovvero il profilo dinamico ed attivo della destinazione, per quanto concerne, invece, l'atto di destinazione, l'elemento caratterizzante è rappresentato dalla mera funzionalizzazione del bene allo scopo.

In altre parole, mentre con il trust si realizza una vera e propria segregazione nel patrimonio nel trustee, con la fattispecie di cui all'art. 2645 ter c.c., al momento della trascrizione, si ottiene una separazione solamente unilaterale.

Quest'ultimo, dunque, potrà essere utilizzato solo nel caso in cui non vi sia un programma destinatorio attivo e dinamico da realizzare.

Alla luce di tali premesse è possibile affermare che l'atto di destinazione ex art. 2645 ter c.c. non coincide con lo strumento del trust. 

 

5. Aspetti processuali

Il sempre maggiore utilizzo del trust in ambito interno è destinato a generare diverse ipotesi di contenzioso giudiziario.

L'ordinamento giuridico italiano non prevede norme od istituti procedurali ad hoc per le controversie in materia di trust, le quali, per tale ragione, sono sottoposte alle regole processuali generali, con tendenziale applicazione del rito ordinario di cognizione, salva l'applicazione dei riti speciali in relazione all'oggetto specifico del trust.

Le peculiarità della disciplina sostanziale di questo istituto, e la lontananza dello stesso dagli schemi di civil law, annunciano potenziali conflitti con le categorie giuridiche tradizionali del nostro ordinamento.

Prima di entrare nel merito dell’analisi, occorre ricostruire le tipologie di azioni esercitabili.

Un primo gruppo di azioni, che potrebbero essere definite “contro il disponente”, include le azioni promosse contro l’atto istitutivo o gli atti di disposizione, da soggetti che assumono di essere stati lesi da questi ultimi, o di essere titolari di diritti o di interessi con tali atti incompatibili. In tal caso i legittimati attivi contestano, dunque, la validità o l’efficacia degli atti stessi[21].

Attori del contenzioso potrebbero essere, quindi, i creditori del disponente (o soggetti che si affermino titolari di diritti reali sui beni oggetto di conferimento), che si oppongano al trasferimento di beni del debitore al trustee ed all’imposizione, su di essi, del vincolo di segregazione.

Al riguardo l'art. 15 della convenzione dell’Aja prevede la prevalenza della normativa inderogabile a tutela dei creditori, individuata in base al diritto internazionale privato del foro, rispetto della legge sostanziale applicabile al trust, e l'art. 13  attribuisce ai giudici di ogni Stato contraente il potere di non riconoscere i trusts che, dall’analisi di tutte le rilevanti circostanze, appaiano istituiti in frode alla legge.

Un’ulteriore categoria include le “azioni proponibili contro il trustee”, distinguibili tra “azioni interne”, aventi ad oggetto le controversie insorte tra il trustee e gli altri soggetti del rapporto, e “esterne”  al trust.

Si deve poi considerare che controversie interne al trust possono nascere anche tra diversi beneficiari, o tra gli eredi di un beneficiario, senza un diretto coinvolgimento del trustee: in questo caso si può parlare di “controversie tra beneficiari”.

Sul piano esecutivo, infine, si può distinguere tra le azioni esecutive promosse dai creditori personali del disponente, dei beneficiari e del trustee e quelle promosse dai creditori di quest'ultimo nella sua qualità amministratore di trust.

Le controversie in materia di trust si prestano ad assumere connotazioni transnazionali, per tale ragione la giurisdizione in materia  è disciplinata dalle norme del regolamento UE n. 44 del 2001  sulla giurisdizione e la circolazione delle decisioni in materia civile e commerciale, nei rapporti tra gli Stati membri dell’Unione[22].

Tali disposizioni possono prevedere:

-un foro generale, coincidente con quello dello Stato membro in cui è domiciliato il convenuto;

-un foro speciale e alternativo a quello del domicilio del convenuto, operante nei confronti di chi sia evocato in giudizio, nella sua qualità di fondatore, trustee o beneficiario di un trust costituito e collocato nello Stato del domicilio del trust stesso;

- un foro “prorogato”, ovvero la cui competenza derivi da una scelta negoziale delle parti del rapporto controverso.

L'art. 11 della convenzione dell'Aja indica, come uno degli effetti tipici del riconoscimento di un trust da parte dell’ordinamento, la automatica legittimazione sostanziale e processuale del trustee rispetto agli atti di gestione ed amministrazione del fondo.

Il soggetto destinato a rappresentare in giudizio gli interessi del trust è dunque il trustee, il quale, peraltro, agisce e viene citato in giudizio, nelle controversie relative al trust, non in quanto “legale rappresentante” del trust stesso, bensì, appunto, nella sua qualità di trustee.

L' orientamento giurisprudenziale prevalente, infatti, nega che il trust rappresenti un autonomo centro di imputazione di diritti o rapporti. Nelle decisioni edite, infatti, si legge comunemente che il trust, in via generale, non è dotato di un’autonoma soggettività rispetto alla persona del trustee; per tale ragione il trust non può essere citato in giudizio poiché, non avendo personalità giuridica, non può rivestire la qualità di soggetto passivo dell'azione.

Per quanto concerne la legittimazione processuale dei beneficiari occorre, invece, distinguere tra beneficiari titolari di diritti sul fondo in trust o sul reddito del fondo, c.d. “beneficiari vested”, ai quali va riconosciuta piena legittimità ad agire rispetto alle posizioni loro attribuite e c.d. “beneficiari contingent” i quali, invece, si trovano in una posizione “attenuata”, non essendo titolari di diritti ma di una mera aspettativa. Si può, comunque, configurare una loro legittimazione ad agire in ambiti particolari, ad esempio, per fare valere l’interesse al fatto che il trust funzioni nel modo in cui era stato previsto nell'atto di costituzione.

Uno degli elementi caratteristici del trust è l'effetto segregativo imposto sui beni conferiti nel relativo fondo. Tali beni sono, infatti, insensibili alle azioni esecutive dei creditori. Per quanto concerne i creditori personali del disponente occorre sottolineare come l’effetto segregativo implica che i beni conferiti nel fondo escano dal patrimonio disponibile del quest'ultimo, sia in caso di trasferimento della relativa proprietà ad un trustee “terzo”, sia in caso di trust autodichiarato.

Il fondo in trust diviene inoltre insensibile alle azioni esecutive dei creditori personali del trustee.

Il patrimonio in trust, quindi, può essere oggetto di espropriazione solo da parte dei creditori del trust, titolari di diritti che trovano la loro causa nella destinazione impressa sui beni conferiti in trust.

Il trustee che voglia opporsi al pignoramento dei beni del fondo, da parte di creditori del disponente, può proporre opposizione di terzo all’esecuzione, ex art. 619 c. p. c. (e non opposizione all’esecuzione ex art. 615 c. p. c.), sul presupposto della diversità soggettiva tra il debitore esecutato e il proprietario dei beni pignorati.

Fa eccezione a questa regola il trust autodichiarato: in questo caso, non si registra una scissione soggettiva sul piano della titolarità e quindi il disponente \ trustee, con la sua opposizione, contesterà la non pignorabilità del bene da parte dei suoi debitori personali, come conseguenza dell’effetto segregativo del trust. Tale opposizione deve, dunque, essere proposta nelle forme di cui all' art. 615 c. p. c. (opposizione all'esecuzione).

 

6. La sequestrabilità del trust tra diritto civile e diritto penale

Per quanto concerne la sequestrabilità del trust, occorre partire dal seguente assunto: può essere sottoposto a sequestro conservativo, soltanto ciò che risulta pignorabile.

Per tale ragione, un conferimento di beni in trust non è sequestrabile, in quanto non pignorabile.

La costituzione del trust produce, infatti, quale effetto, la segregazione del patrimonio in esso conferito, segregazione che costituisce l'effetto minimo del riconoscimento di un trust in conformità alla sua legge regolatrice[23].

Questo significa che, prima dell'esperimento vittorioso di un'azione che accerti e dichiari la simulazione del trust, ovvero ne revochi i conferimenti, non sarà possibile aggredire, pignorandoli e quindi anche sequestrandoli, i beni facenti parte del patrimonio segregato.

Per chiarire la situazione de quo è sufficiente analizzarla da un punto di vista prettamente civilistico, stante che il codice di procedura penale, nel contemplare il sequestro conservativo, prevede che ad esso si applichino le sole regole di cui al codice di procedura civile.

Si supponga, dunque, di avere un titolo esecutivo contro un soggetto che ha in precedenza segregato i propri beni nel trust “X”.

Il creditore non potrà pignorare quei beni se non dopo aver fatto dichiarare la simulazione o, come poc'anzi detto, la revoca dei conferimenti.

A conferma di quanto appena detto, il Trib. Reggio Emilia, con sent. 27.08.2011, che, nel pronunciarsi all'esito di una causa scaturita da un'opposizione all'esecuzione, in quanto si era provveduto a pignorare i beni oggetto di un trust, scrive: “(...) l'eventuale accoglimento della domanda ex art. 2901 c.c. non può riverberare effetti sul pignoramento compiuto anteriormente e su beni non appartamenti al patrimonio del debitore, diversamente opinando, si consentirebbe al creditore procedente di sanare ex post una procedura condotta senza il rispetto delle disposizioni degli art. 602 s.s. c.p.c. (...)”.

Questa pronuncia, di fatto, enuncia due principi: - il pignoramento (e quindi il sequestro), di regola, non è ammissibile sui beni conferiti in trust; - il pignoramento (e quindi il sequestro), può avere ad oggetto beni conferiti in trust, soltanto dopo che siano state accertate e dichiarate (giudizialmente e in sede civile), la simulazione del trust o la simulazione/revocatoria di ogni singolo conferimento che si intende aggredire.

Facile quindi la lettura a contrario: il pignoramento del conferimento è possibile solo all'esito di una sentenza che ponga nel nulla la costituzione del Trust, o che ne revochi il conferimento stesso.

Ancora, a riprova dell’ineludibilità della disciplina civilistica in materia di sequestrabilità dei trust, la circostanza che la giurisprudenza penale in punto di sequestri di trust, prende in considerazione solo ed esclusivamente i sequestri preventivi finalizzati alla confisca dei beni e non, anche i molto differenti per natura e presupposti, sequestri conservativi[24].

 

7. Il trust successorio

Le caratteristiche proprie del trust l’hanno reso un valido strumento alternativo alla devoluzione in caso di morte, pur nel rispetto delle norme successorie.


Si definisce trust testamentario, quella particolare modalità negoziale volta a costituire, mediante una disposizione dell'atto di ultima volontà, un vincolo di destinazione in riferimento ad un dato patrimonio e/o complesso di beni, conformati ed ordinati nell'unità della funzionalità destinatoria, per una determinata durata e a favore di alcuni soggetti beneficiari[25].

Seppur ammessa l'istituzione del trusta mezzo di negozio testamentario, ex art. 2 della Convenzione de l'Aja, fortemente dibattuta in dottrina è se tale circostanza rappresenti una vera e propria attribuzione “mortis causa”ovvero una mera disposizione “trans mortevi”.

Secondo la dottrina favorevole a tale ultima ipotesi[26], il trusteenon assumerebbe mai le vesti di erede o di legatario; e neppure il trust stesso assumerebbe una tale qualificazione.

Si sostiene, infatti, che non sarebbe giustificato riconoscere al trustee le prerogative tipiche di un erede: il trustee si limita ad assolvere a funzioni di carattere esecutivo, mentre gli eredi effettivi sono i beneficiari, anche se privi della disponibilità dei beni fino a quando essi non vengano loro trasferiti.

Tali considerazioni non sono condivise da chi[27] sostiene che il trustee, essendo destinatario della totalità dell’asse o di una quota indivisa, debba essere qualificato come erede, e se destinatario di uno o più beni determinati, come legatario.

Tale dottrina rileva che, come l’erede acquista beni a seguito dell’accettazione ed il legatario ipso iure, il trustee testamentario acquista gli stessi a seguito dell’accettazione dell’incarico. Tuttavia, differendo le obbligazioni del trustee da quelle di un comune erede, si sostiene  l'esistenza di un “tertium genus” di attribuzione patrimoniale mortis causa.

Tuttavia, la dottrina maggioritaria, rilevando la qualifica del trustee come soggetto necessario[28] del trust, e sottolineando come non sia possibile ricoprire tale ufficio senza essere titolari dei beni conferiti in trust, afferma, nel caso di istituzione di trust testamentario, la qualifica di erede o legatario in capo al trustee.

In tal caso, comunque, non si verificherà mai confusione dei beni acquisiti “iure successionis” con quelli destinati dallo stesso de cuius in trust.

E' comunque vietata dall’art. 549 c.c., la istituzione di un erede legittimario con funzioni di trustee, cioè poiché l'articolo citato vieta l'imposizione di pesi o condizioni  sulla quota spettante ai legittimari . L' erede trustee dovrà accettare l’eredità ex art. 470 c.c. e l’accettazione implicherà l’accettazione della funzione di trustee; il legatario trustee, nonostante l’art. 649 I comma c.c., potrà accettare espressamente la disposizione testamentaria.

Si distingue, poi, tra trust successorio in senso stretto e trust successorio in senso improprio.

Il trust successorio in senso stretto è quel trust la cui dichiarazione istitutiva è contenuta nella scheda testamentaria, perciò esso è un trust che può perseguire le più disparate finalità, in quanto si caratterizza solo sotto il profilo formale e non ha una funzione tipica.


Il trust successorio in senso improprio, è, invece, il trust fatto con dichiarazione tra vivi, ma destinato a produrre i suoi effetti alla morte del disponente.

E', dunque, in relazione a quest’ultimo che potrebbero sorgere problemi di compatibilità con la disposizione di cui all' art. 458 c.c.

Quest'ultimo dispone che: “Fatto salvo quanto disposto dagli articoli 768 bis e seguenti, è nulla ogni convenzione con cui taluno dispone della propria successione. E’ del pari nullo ogni atto con il quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare, o rinunzia ai medesimi”.

La norma in questione pone il divieto generale dei patti successori individuando le tipologie dei patti vietati: istitutivo, dispositivo e rinunziativo.


Tuttavia, questo il trust successorio in senso improprio non contrasta con il divieto de quo in quanto esso non produce mai solo, ma anche, effetti successori.

Quest'ultimo, infatti, è un negozio inter vivos, che produce anche effetti mortis causa, rispetto ai quali, la morte non si configura come la causa dell’attribuzione, ma, viceversa, come il momento in cui il trust produrrà il suo ulteriore effetto, consistente nel trasferimento del bene o dei beni al beneficiario.

In altre parole, l’evento morte nel trust successorio, a differenza di quanto accade nei patti successori, rappresenta un mero termine cronologico di riferimento e non si pone come la ragione giustificatrice di un’eventuale attribuzione patrimoniale.


Per tale ragione il trust successorio è ammissibile, non avendo nulla a che vedere con i patti successori:
nè con il patto istitutivo, che è un contratto inter vivos che mira ad istituire un soggetto;
nè con i patti dispositivi, perchè non si dispone di una successione non ancora aperta;
nè, infine, con i patti rinunziativi, perché con il trust successorio non si mira a rinunziare ad un’eredità già aperta.


Il giudizio di validità dello strumento del trust, dipenderà soltanto dall'analisi degli scopi in concreto realizzati attraverso il suo utilizzo.

A conclusioni analoghe si giunge con riguardo all’istituto della sostituzione fedecommissaria.

Tale fattispecie è costituita da una disposizione testamentaria con la quale il disponente attribuisce ad un soggetto uno o più beni, ovvero una quota del proprio patrimonio, con l’obbligo di conservarli e restituirli, a beneficio di un altro soggetto, o alla scadenza di un certo termine o alla morte dell’istituito.


Elementi tipici dell’istituto sono essenzialmente la duplice delazione, l’ordine successivo e l’obbligo di conservare e restituire.


Si coglie, quindi, immediatamente, la differenza tra la sostituzione fedecommissaria ed il trust.


Nel trust non vi è necessariamente un’istituzione successiva negli stessi beni: certo potrebbero esserci categorie successive di beneficiari, ma i primi potrebbero godere solo dei frutti della gestione, mentre l’ultimo, e solo lui, acquisterebbe la proprietà del bene.

Inoltre, mentre nel fedecommesso l’istituito ha l’amministrazione e il godimento del bene, ma incontra limiti di natura pubblicistica nella disposizione dello stesso, nel trust il trastee amministra e dispone dei beni oggetto del trust con i soli limiti stabiliti dal disponente.


Quindi, nel trust manca l’elemento della doppia delazione soprattutto se il trust è istituito con atto fra vivi.


Tuttavia, anche se fosse realizzato mortis causa, cioè qualora venissero conferiti con testamento in trust dei beni a beneficio del trustee, il quale li dovrebbe amministrare nell’interesse di un certo soggetto, persisterebbero, comunque, rilevanti elementi distintivi.

Ciò perché il trustee non ha alcun obbligo di conservare e restituire e non assume mai la qualifica di erede o legatario, ciò in quanto l’attribuzione avviene a titolo di trust, ovvero con lo scopo di amministrare quei beni nell’interesse di un beneficiario.


Una certa analogia potrebbe ravvisarsi tra trust e fedecommesso de residuo, disposizione con cui il testatore non impone l’obbligo di conservare, ma solo di restituire al sostituito ciò che resta dei beni ereditari al momento della sua morte.


Ma, anche in questo caso, sussisterebbe una differenza sostanziale.
Nel fedecommesso de residuo, il fedecommissario, ossia l’istituito, può disporre liberamente dei beni, salvo poi dare al sostituito quello che rimane da questa sua, anche libera, amministrazione.

Nel trust, invece, il trustee non può godere e disporre in modo libero del “trust fund”, perché tale istituto è sempre fortemente caratterizzato dallo scopo per cui viene istituito.

Quindi il trustee, a differenza dell’istituito del fedecommesso de residuo, non può amministrare liberamente, ma amministra in funzione di uno scopo predeterminato.


L’articolo 15 della Convenzione del’Aja, prevede, poi, che il riconoscimento del trust non debba ostacolare l’ applicazione delle disposizioni di legge previste dalle regole di conflitto del foro, allorché non si possa derogare a queste disposizioni.

La previsione, quindi, vale anche per la materia testamentaria ed, in particolare, per la disciplina del diritto interno riguardante la legittima.


Occorre, infatti, ricordare che la legittima è intangibile.

Tale intangibilità è relativa al fatto che è sempre ammessa l’azione di restituzione e di riduzione, ma, non nel senso che è vietato l’atto di disposizione.

Quindi, è ammessa la costituzione di un trust lesivo di legittima, tuttavia, in tal caso, sarà possibile esperire l’azione di riduzione. In altri termini, il trust che leda il diritto di uno o più legittimari è di per sé valido ma, come ogni disposizione lesiva, è riducibile.


Nel caso specifico in cui il beneficiario del trust sia legittimario, si potrà applicare l'art. 549 c.c., che vieta l’imposizione di pesi, o condizioni, sulla quota di riserva, e l’art. 550 c. c. che disciplina la cd. “cautela sociniana”.

Nel primo caso, quindi, la disposizione testamentaria che istituisce il trust dovrà considerarsi automaticamente nulla, nei limiti della quota di riserva spettante al legittimario; nel secondo caso il beneficiario/legittimario, potrà reclamare la propria quota di legittima in piena proprietà.


Infine, potrebbe essere ravvisata una analogia tra trust e usufrutto successivo, tuttavia i due istituti differiscono in maniera sostanziale.


Si ha usufrutto successivo quando il costituente attribuisce il diritto di usufrutto ad una determinata persona e, successivamente, alla morte di questa, ad altre persone e così via.


Il codice civile sancisce, all'art. 698, il divieto di usufrutto successivo: “la disposizione, con la quale è lasciato a più persone successivamente l’usufrutto, una rendita o un’annualità, ha valore soltanto a favore di quelli che alla morte del testatore si trovano primi chiamati a goderne”.

La ratio di questo divieto risiede nella volontà del legislatore di evitare una prolungata scissione della nuda proprietà dal godimento del bene.

Viceversa, nel trust, non si ha una scissione tra la nuda proprietà e l’usufrutto, perché il trustee è vero e proprio proprietario, con il solo vincolo di destinazione.


Il problema si pone ove l'istituto del trust venga utilizzato per eludere il divieto dell'usufrutto successivo.

Tale ipotesi si verificherebbe allorquando, il diritto conferito in trust, fosse un diritto di usufrutto e il disponente prevedesse, nell’atto costitutivo, l'obbligo per il trustee di conservare questo diritto e, decorso un certo periodo di tempo, di attribuirlo ad un altro soggetto. In tal caso si verificherebbe un effetto analogo a quello dell'usufrutto successivo, con la conseguenza che il trust sarebbe da ritenere nullo per frode alla legge.

 

© 2014 Dott.ssa Federica Quattrocchi

Bibliografia

 

V. Bancone, Trust ed enti non commerciali. Profili comparativi e potenziali applicazioni, Maggioli ed., 2009.

M. Bianca, L'atto di destinazione: problemi applicativi, in Atti del Convegno, su Atti notarili di destinazione dei beni: art. 2645 ter c.c., Milano, 2006.

A. Bernini, Il regime patrimoniale della famiglia, la comunione legale ed il trust, CEDAM, 2011, pag. 213.

G.F. Condò, Negozi di destinazione, negozi di affidamento fiduciario, trust, in Federnotizie, 2007, n. 1

A. De Donato, Le vicende successorie, in Quaderno n.12 di Federnotizie, materiale sul trust, Milano 2000, 2001.

Di Ciommo, Struttura causale del negozio di tr