Diritto di famiglia: nozioni e problematiche piĆ¹ ricorrenti

Cosa si intende per separazione personale dei coniugi.

A seguito della celebrazione del matrimonio il marito e la moglie acquistano, ex art. 29 della Costituzione, gli stessi diritti ed assumo i medesimi doveri. Questi ultimi vengono specificati dagli artt. 143, 144 e 147 cod. civ. nell'obbligo reciproco di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di collaborazione nell'interesse della famiglia, di coabitazione, di contribuzione, di pianificazione dell'indirizzo della vita familiare e di mantenimento, educazione ed istruzione della prole.

La separazione personale è un istituto giuridico con il quale i coniugi non pongono fine al rapporto matrimoniale, bensì ne sospendono gli effetti in attesa di una riconciliazione, o, al contrario, di un provvedimento di divorzio. Tale situazione giuridica incide dunque, temporaneamente, sui diritti e doveri nascenti dal matrimonio: vengono sospesi gli obblighi di fedeltà e coabitazione, mentre rimangono a carico di ciascun coniuge l'obbligo di mantenere, educare ed istruire i figli, nonché l'obbligo di assistenza materiale nei confronti del coniuge più debole.

L'art. 150 c.c. distingue fra separazione consensuale e giudiziale.

Si ha separazione consensuale allorquando sussista un accordo tra i coniugi in ordine alle condizioni personali e patrimoniali della separazione stessa. Tale incontro di volontà acquista efficacia con l'omologazione da parte del Tribunale competente.

Si parla, invece, di separazione giudiziale ogniqualvolta, mancando un accordo tra le parti, la separazione venga pronunciata con sentenza dal Tribunale, il quale determina le condizioni al cui rispetto sono tenuti coniugi; ciò può avvenire ad istanza di uno o di entrambi i coniugi, a seguito di fatti che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza o rechino grave pregiudizio all'educazione della prole.

 

Quali sono i requisiti per la richiesta di addebito della separazione.

L'art. 151 del Codice Civile stabilisce che la separazione giudiziale possa essere richiesta qualora si verifichino, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la convivenza o da arrecare grave pregiudizio all'educazione della prole.

Inoltre, il Giudice dichiara addebitabile la separazione ad uno dei coniugi in caso il comportamento tenuto da uno di questi risulti contrario ai doveri prescritti dalle norme del codice civile (artt. 143, 144 e 147). Tuttavia, la mera violazione di tali obblighi non è di per sé sufficiente ai fini della pronuncia di addebito. Occorre, infatti, verificare che la predetta violazione abbia di per sé determinato l’intollerabilità della convivenza o del grave pregiudizio all'educazione della prole. Qualora la violazione dei doveri coniugali non abbia rivestito efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale, non potrà pertanto darsi luogo all'addebito della separazione. 

Giurisprudenza consolidata suggerisce, infatti, una lettura coordinata del primo e secondo comma dell'art. 151 c.c., e alla luce di tale interpretazione ribadisce come l'addebito della separazione non sia conseguenza automatica della violazione degli obblighi coniugali, ma discenda, piuttosto, dalla dimostrazione del nesso causale tra violazione e separazione (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 5 febbraio 2008, n. 2740; Cass. Civ., 16 novembre 2005, n. 23071).

Solo tale comparazione consente di riscontrare se e quale incidenza esse abbiano rivestito, nel loro reciproco interferire, nella fase generativa della crisi matrimoniale. La pronuncia de qua presuppone una valutazione discrezionale ad opera del giudice, con riferimento alla violazione dei doveri matrimoniali da parte di uno o di entrambi i coniugi. Occorre che tale valutazione sia globale e comparativa dei comportamenti di entrambi i coniugi nello svolgimento del rapporto coniugale.

In altri termini, il contegno tenuto da un coniuge non può mai essere giudicato senza valutarlo raffrontandolo con quello tenuto dall'altro coniuge, al fine di riscontrare se e quale incidenza essi abbiano rivestito, nel loro interferire, nel verificarsi della crisi, oltre a verificare se l'uno non possa trovare piena giustificazione nelle provocazioni dell'altro.

Le cause più frequenti di addebito della separazione sono costituite dai maltrattamenti e dall'omissione dell'assistenza morale e materiale.

Per quanto attiene all'infedeltà coniugale, occorre aver riguardo alle modalità di estrinsecazione della stessa. Si tiene, ad esempio e soprattutto, conto della “pubblicità” che essa ha avuto, ossia della conoscenza del rapporto extra-coniugale da parte di un folto numero di persone; tenendosi altresì in alta considerazione l’eventuale discredito sociale che tale relazione ha generato nei confronti dell'altro coniuge.

In conclusione, occorre precisare che l'addebito della separazione comporta la perdita del diritto al mantenimento e la perdita dei diritti successori.

 

Quali requisiti deve avere la condotta per essere considerata contraria al dovere di fedeltà.

Il contegno di uno dei coniugi, ai fini di essere considerato contrario al dovere di fedeltà, deve essere oggettivamente tale da ingenerare il sospetto del tradimento non solo nel partner, ma anche nei terzi.

Occorre che il soggetto sia consapevole della lesività della propria condotta con riferimento all'onore e alla dignità dell'altro coniuge; tuttavia, non è richiesto il dolo specifico, ossia la volontà di arrecare l'offesa. La condotta deve avere obiettivamente ed effettivamente arrecato un danno all'altro coniuge, tenuto conto della personalità dello stesso e del contesto sociale e culturale in cui vive.

 

Esiste il divorzio con addebito.

Nel nostro ordinamento non è ravvisabile alcuna norma giuridica che ammetta una sentenza di divorzio per colpa. Ciò in quanto la cognizione del giudice chiamato a pronunciare il divorzio non si estende al comportamento delle parti precedente al giudizio di separazione. E' solo in costanza di quest'ultimo, infatti, che tale contegno diviene oggetto di valutazione del giudice (cfr. Cass. Civ., Sez. I, 22 novembre 2000, n. 15055).

L'oggetto di indagine, nel giudizio di divorzio, si limita, dunque, alle cause che abbiano impedito il ripristino della comunione materiale e spirituale tra i coniugi.

 

Il mantenimento dei figli maggiorenni.

 Il compimento della maggiore età, o la conclusione del corso di studi da parte del figlio, non è sufficiente, di per sé, a far cessare l'obbligo di corrispondenza dell’assegno di mantenimento, occorrendo, al contrario, un reale ed effettivo difetto di indipendenza economica.

In tal senso si è espressa la Corte di Cassazione la quale, con la sentenza n. 8954 del 2010, ha affermato che “non esiste un'età a decorrere dalla quale cessi tale obbligo; comporta invece la cessazione dell'obbligo di mantenimento il raggiungimento dell'indipendenza economica, oppure lo stato di disoccupazione dipendente da colpa o da scelta personale”.

 

Qual è il primo parametro di determinazione del contributo economico di mantenimento del figlio.

La giurisprudenza ha affermato che il criterio da seguire nell'individuazione del contributo economico di mantenimento del figlio è quello delle “sue esigenze attuali effettive, che, ove non siano comprovate, sono desumibili dal reddito e dal tenore di vita dei genitori”.

Il riferimento alle attuali esigenze del figlio” è infatti contenuto all'interno dell'art. 337 ter, comma IV, c.c., accanto all'ulteriore criterio del ''tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori''.Entrambi sono chiari parametri destinati a porre in primo piano, anche nella determinazione dell'assegno di mantenimento, quel preminente ''interesse morale e materiale'' della prole, linea guida dell’intera riforma normativa introdotta con la Legge n. 54 del 2006, (“Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli'').

 

In che modo incidono, ai fini della quantificazione del contributo di mantenimento, i redditi dei genitori e le esigenze dei figli.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10222 del 2009, ha avuto modo di affermare che “anche se la diseguale capacità di reddito e patrimoniale delle parti può costituire il punto di partenza per la determinazione dei rispettivi contributi economici, esso deve essere integrato con riferimenti puntuali alle necessità specifiche del figlio, in modo da non trasformare surrettiziamente l'apporto per il mantenimento del figlio in un contributo anche per l'ex coniuge”. Con tale affermazione la Cassazione sancisce, per la prima volta, la imprescindibilità di tale criterio valutativo nella determinazione del quantum da corrispondere a titolo di mantenimento del figlio.

Lo stesso parametro è stabilito dall'art. 337, IV comma, n. 1 c.c., che lo pone in primo piano, ove afferma che <<il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico da determinare considerando “le attuali esigenze del figlio”>>.

Dunque, il richiamo alla diseguale capacità di reddito e patrimoniale delle parti costituisce sì il punto di partenza che deve, tuttavia, essere “integrato con riferimenti puntuali alle necessità specifiche del figlio”.

Non solo: la Corte afferma che non si può trasformare surrettiziamente l’apporto al mantenimento del figlio in un contributo anche per l’ex coniuge. Tale affermazione suona come avvertimento ai giudici di merito, invitati a contemperare gli interessi di tutti i soggetti coinvolti nella separazione.

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